In questi giorni di lanci serratissimi nel settore smartphone, soprattutto top di gamma, si sta verificando un’altra importante evoluzione “sottostante” che probabilmente in pochi sapranno al di fuori di noi appassionati: il passaggio al nodo produttivo di classe 2 nm di TSMC, la più grossa fonderia di semiconduttori logici al mondo che serve tutti i principali chipmaker, da Apple a Qualcomm passando per MediaTek. L’unica grande eccezione è Samsung, che produce gli Exynos da sé (e peraltro è già passata ai 2 nm all’inizio dell’anno con i Galaxy S26).
Negli ultimi due o tre anni i chip sono stati realizzati su nodi sempre più sofisticati ma di classe 3 nm (è importante precisare che già da tempo la questione dei nanometri è più una convenzione che altro: non ci sono proprietà significative dei chip, dei transistor o perfino dei macchinari che misurino effettivamente 2 nm). A ogni miniaturizzazione dei nodi produttivi ci si possono aspettare un miglioramento dell’efficienza termica ed energetica e un aumento della densità di transistor. È una delle ragioni principali per cui i processori e di conseguenza i dispositivi diventano sempre più potenti.Il problema è che a quanto pare il costo per produrre sul nuovo nodo TSMC è elevatissimo, e quindi i chipmaker si trovano costretti ad aumentare i prezzi dei chip ai produttori. Secondo indiscrezioni provenienti dalla testata cinese TaiSounds, perfino il MediaTek Dimensity 9600 Pro, annunciato appena qualche giorno fa, supera addirittura i 200 dollari a unità, raggiungendo agilmente i 220 dollari. Per fare un paragone, la produzione di ogni unità del diretto predecessore Dimensity 9500 costava tra i 180 e i 200 dollari. Va precisato che si tratta di cifre non ufficiali: MediaTek non comunica pubblicamente i prezzi dei propri chip e i costi effettivi possono variare in base agli accordi commerciali stipulati con i vari produttori di smartphone.
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